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Insufficienza venosa e delle varici: la cura comincia dalla prevenzione

Estate, stagione molto delicata per alcune tipologie di patologie. Una di queste è l’insufficienza venosa e delle varici. Ne parliamo con il dott. Di Donna, presente presso la nostra struttura. Ma di cosa si tratta?

Cominciamo con il dire che l’insufficienza venosa è un disturbo della circolazione in cui le vene non portano le giuste quantità di sangue dalle estremità al cuore. Tutto questo provoca delle alterazioni patologiche come quelle delle varici. Tra i sintomi immediatamente riscontrabili, il gonfiore a livello delle gambe, cosa che può anche compromettere in maniera seria la qualità della vita.

Per tale ragione – prosegue il dott. Di Donna – è importante fare immediatamente un ecocolordoopler vascolare che consente di valutare lo studio dei flussi venosi negli arti inferiori e stabilire così che tipo di terapia svolgere. Ma al di là dell’aspetto estetico, è fondamentale valutare la micro e macro circolazione interna e dunque andare a fare la giusta prevenzione e, soprattutto, che tipo di terapia andare a svolgere.

Tra gli importanti elementi legati alla prevenzione, è fondamentale comprendere che gli stili di vita sono importanti. La sedentarietà, la cattiva alimentazione e la postura sbagliata sono elementi che possono incidere negativamente sull’insufficienza venosa. Per questo motivo, si tratta di una patologia che riguarda tutti, uomini e donne. Prima sapevamo che si trattava di un problema estetico ma oggi sappiamo che si tratta di una patologia sociale che riguarda anche l’allungamento della vita media. In tal senso, sempre nell’ottica della prevenzione, è importante comprendere che essa va fatta già a vent’anni perché dopo diventa sempre più difficile rimediare a patologia in corso

I pazienti che si rivolgono a noi, svolgono presso questo Centro Polimedico un Ecocolordoopler che consente di svolgere uno screening alla predisposizione, dunque una vera e proprio visita vascolare con esami diagnostici che ci servono a mettere in campo gli strumenti per la cura.

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La correzione chirurgica percutanea mininvasiva per la correzione dell’alluce valgo

L’alluce valgo è una fastidiosa degenerazione dell’articolazione metatarso falangea del I° dito del piede e che può essere affrontata e risolta in maniera efficace. Ne parliamo con il dott. Vito Ortolano, Ortopedico e chirurgo presente presso il nostro Centro Polimedico e promotore della tecnica percutanea mininvasiva.

Di cosa si tratta?

Cominciamo con il dire che l’alluce valgo è una patologia molto diffusa dai 40 ai 50 anni in poi ma che può anche essere presente nelle  persone più giovani sin dall’adolescenza. Nel momento in cui questa evenienza clinica diventa dolorosa la risoluzione non può che essere quella chirurgica. Non esiste una causa comune, ma una serie di cofattori che insieme possono portare a tale deformità, quelli più comuni sono la tipologia di calzature utilizzate, la forma del piede, l’ereditarietà.

In che cosa consiste la tecnica percutanea mininvasiva che propone ai pazienti?

Si tratta di un intervento che viene eseguito in anestesia locale, vengono effettuate delle mini incisioni attraverso le quali con delle micro frese vengono eseguiti i vari tagli che determineranno la correzione del valgismo. Al termine dell’intervento, viene eseguito un taping che consentirà al paziente di camminare sin da subito con una scarpa adatta.

Che cosa devono fare i pazienti in questa fase post operatoria?

I pazienti possono e devono camminare da subito con una scarpa piatta, tenga conto che l’anestesia è locale e i punti sono riassorbibili, il dolore è notevolmente attenuato e tale tecnica è inoltre apprezzata da un punto di vista estetico da molto dai pazienti.

Come si svolge la visita al Centro Polimedico Eira?

Coloro che vengono qui svolgono una visita preliminare e con l’ausilio di lastre spiego loro tutte le fasi dell’intervento che andremo ad eseguire spiegando i vantaggi dello stesso ed il decorso post operatorio.

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L’Isteroscopia in chiave diagnostica e terapeutica

L’isteroscopia è la procedura  AMBULATORIALE  attraverso cui il ginecologo  osserva e analizza dall’interno la cavità dell’utero , il canale cervicale e l’endometrio (tonaca mucosa dell’utero).  L’isteroscopia può avere finalità diagnostiche (isteroscopia diagnostica) oppure terapeutiche (isteroscopia  operativa).

Non è necessaria premedicazione analgesica.

INDICAZIONI

L’isteroscopia diagnostica trova impiego nella ricerca

di patologie dell’utero (es: fibromi uterini, polipi uterini, aderenze intrauterine ecc.),

nella raccolta di un campione di endometrio da sottoporre a biopsia e nell’individuazione delle cause di certe anomalie e sintomi (es: presenza di irregolarità mestruali, perdita insolita di sangue dalla vagina, dolore pelvico cronico, presenza di mestruazioni dopo la menopausa, infertilità ecc.).

L’isteroscopia operativa, invece, è una risorsa utile, principalmente, per:

il trattamento dei sopraccitati polipi e fibromi uterini

la correzione delle già citate aderenze intrauterine,

la rimozione di residui placentari post-abortivi o post-partum

la realizzazione della cosiddetta sterilizzazione tubarica o chiusura delle tube (forma di contraccezione permanente).

 

CONTROINDICAZIONI

gravidanza,

il carcinoma al collo dell’utero,

l’endometrite,

Diagnostica od operativa che sia, l’isteroscopia è una procedura eseguita generalmente in regime ambulatoriale o di Day Surgery; pertanto, salvo casi particolari, non prevede mai il ricovero in ospedale della paziente.

 

 

 

STRUMENTO

Lo strumento indispensabile all’esecuzione dell’isteroscopia è il cosiddetto isteroscopio.

L’isteroscopio è uno strumento  lungo tubicino, simile a una cannuccia , dotato di una telecamera e una fonte luminosa a un’estremità e collegato a un monitor, che serve alla riproduzione di quanto osserva la suddetta telecamera.

Con l’ isteroscopio , il ginecologo si serve dell’isteroscopio come sonda esplorativa dell’utero, dopo averlo introdotto all’interno della cavità uterina, attraverso la  vaginale e la cervice uterina.

È opportuno precisare, però, che l’isteroscopio è utile anche nell’esplorazione delle componenti del sistema riproduttivo femminile che attraversa prima di giungere all’utero, ossia le già citate vagina e cervice uterina.

Esistono due tipologie di isteroscopio: un isteroscopio del diametro di 4 millimetri, indicato specificatamente per le procedure di isteroscopia diagnostica e operativa , e un isteroscopio del diametro di 7-8 millimetri, il cui impiego è riservato esclusivamente alle procedure di isteroscopia operativa.

PREPARAZIONE

Prima di qualsiasi procedura di isteroscopia (indipendentemente che abbia valore diagnostico o terapeutico), la futura paziente deve sottoporsi a:

Un’attenta visita ginecologica con accurata anamnesi ed ecografia transvaginale.

QUANDO SI ESEGUE

Per le donne mestruate, il momento più indicato per eseguire un’isteroscopia è entro il 12 giorno  dalla mestruazione.  L’esecuzione della procedura in questo periodo del ciclo mestruale consente una visione migliore e più dettagliata dell’utero e delle sue cavità interne.

ESECUZIONE

La paziente si accomoda  su un apposito lettino, dotato di supporti per le gambe assume ( la cosiddetta posizione ginecologica) con un’inclinazione favorevole all’introduzione dei vari strumenti necessari alla procedura.

Non appena la paziente è in posizione e si sente a suo agio, interviene il ginecologo che SENZA USO DI SPECULUM E PINZE DA COLLO vi introduce delicatamente l’isteroscopio, al fine di condurlo nella cavità uterina.

Per condurre con facilità l’isteroscopio all’interno dell’utero, è indispensabile distendere le pareti della cervice uterina, del canale cervicale e della cavità uterina.

La distensione avviene  attraverso l’insufflazione di soluzione fisiologica

La distensione (o dilatazione) dell’utero è importante non solo per permettere la conduzione dell’isteroscopio, ma anche per consentire un’analisi migliore della sua anatomia interna.

In questa fase della procedura, è importante il monitoraggio attento, da parte dell’intero staff medico, della pressione intrauterina, la quale deve rimanere a un valore compreso tra i 60 e i 70 mmHg. Il mantenimento di tali valori pressori, infatti, evita la sovra-distensione delle pareti  uterina evitando complicanze come disturbi  neurovegetativi  nausea vomito vertigini sudorazione turbe della frequenza cardiaca.

Quando l’isteroscopio è finalmente nell’utero e quest’ultimo si è dilatato a sufficienza, comincia l’esplorazione visiva di cavità uterina, dell’ endometrio e del canale cervicale. Si ricorda che quanto riprende l’isteroscopio, attraverso la sua telecamera e con l’aiuto della fonte luminosa, è visibile dal ginecologo sull’apposito monitor esterno.

La tecnica piu comunemente da me usata personalmente e quella del” SEE AND TREATMENTS” :

Contestualmente si entra in cavità con isteroscopio e se si evidenzia patologia è  in quel  momento della procedura che hanno luogo i trattamenti nei confronti della patologia riscontrata .

Una volta terminata l’esplorazione e gli eventuali interventi terapeutici, si  provvede a estrarre con delicatezza l’isteroscopio; l’operazione di estrazione dell’isteroscopio è importante e fa parte anch’essa dell’isteroscopia: infatti, serve a valutare l’integrità dell’istmo uterino, ossia il punto di passaggio tra la cavità interna dell’utero e il canale cervicale.

QUALI SENSAZIONI PROIVA LA PAZIENTE DURANTE L’ISTEROSCOPIA

Senza la pratica dell’anestesia, la paziente potrebbe provare un leggero fastidio/dolore, durante l’introduzione dell’isteroscopio nella vagina e nel canale cervicale. Tuttavia, questa sensazione dura davvero poco

DURATA DELL’ISTEROSCOPIA

In genere, l’isteroscopia diagnostica dura 10-15 minuti; l’isteroscopia operativa, invece, ha tempi un po’ più lunghi, che si aggirano attorno ai 30 minuti.

Sulla durata dell’isteroscopia operativa incide lo scopo della procedura: per i trattamenti più semplici, i tempi d’intervento sono chiaramente più brevi che per i trattamenti più complessi.

QUANDO E ‘ PREVISTO IL RIENTRO A CASA

Dopo un’isteroscopia diagnostica o operativa, la paziente può tornare immediatamente a casa

RISCHI E COMPLICANZE

L’isteroscopia è una procedura sicura per la maggior parte delle donne. Infatti, è molto raro che possa dar luogo a effetti avversi o, peggio ancora, a complicanze.

Effetti avversi

Per effetti avversi di una procedura diagnostico-operativa, si intende problematiche di lieve entità e di carattere temporaneo.

Tra i possibili effetti avversi dell’isteroscopia, rientrano:

Lieve sanguinamento vaginale. Frutto di lesioni provocate dal passaggio dell’isteroscopio , lungo la cervice uterina e il canale cervicale, tale effetto avverso può durare da pochi giorni ad anche poco più di una settimana;

Dolore e crampi a livello addominale. Spesso, la sensazione dolorosa è controllabile con un antalgico, come il paracetamolo o l’ibuprofene (un FANS);

Senso di stanchezza e/o malessere;

Complicanze

Per complicanze di una procedura diagnostico-operativa si  intende  problematiche di una certa rilevanza clinica, che possono avere luogo durante o dopo la suddetta procedura.

In occasione di un’isteroscopia, il rischio di complicanze è meno dell’1%, quindi una vera rarità; tuttavia, occorre precisare che tale rischio varia a seconda del tipo di isteroscopia: l’isteroscopia diagnostica, difatti, è meno rischiosa dell’isteroscopia operativa, la quale è di fatto un intervento di natura chirurgica.

Tra le potenziali complicazioni delle procedure di isteroscopia diagnostica/operativa, si segnalano:

La perforazione uterina;

La perforazione vescicale;

Infezioni ascendenti

RISULTATI

Isteroscopia diagnostica. Se dalla procedura emerge la presenza di una grave condizione, si informa immediatamente la paziente di quanto sopra e le espone i possibili trattamenti.

Nel caso in cui l’isteroscopia diagnostica servisse alla raccolta di un campione di endometrio da sottoporre a biopsia, i risultati di quest’ultima saranno pronti nel giro di 40 giorni.

Isteroscopia operativa. È una procedura che, senza essere particolarmente invasiva, permette di curare con esito soddisfacente diverse patologie, anche in questo caso l’esito dell’esame istologico prevede un’attesa di circa 40 gg

Grazie a ciò e al fatto di non richiedere un ricovero ospedaliero, l’isteroscopia operativa è una soluzione terapeutica sempre più in voga.

 

QUANDO E ‘ PREVISTO IL RIENTRO A CASA

Dopo un’isteroscopia diagnostica o operativa, la paziente può tornare immediatamente a casa

Cosa può fare una donna dopo un’isteroscopia?

Dopo un’isteroscopia, la paziente può tranquillamente mangiare e bere come da consuetudine, e fare una doccia.

Cosa non può fare una donna dopo un’isteroscopia?

Alle donne che hanno sostenuto un’isteroscopia, si  raccomandano l’astensione dall’attività sessuale per circa 2-3 giorni o, in presenza di sanguinamento vaginale, fino al termine di quest’ultimo. Si tratta di una misura precauzionale atta a prevenire le infezioni.

 

 

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Attacchi di panico: Affrontare la paura della paura

Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. Una condizione altamente invalidante dalla quale è possibile e facile uscire mediante la Terapia Breve Strategica. Ne parliamo con la dott.ssa Valentina Giagulli, psicologa – psicoterapeuta che offre la sua professionalità al Centro Polimedico Eira.

Cosa sono gli attacchi di panico?

L’OMS (organizzazione mondiale della Sanità) ha definito il disturbo di panico come la più importante patologia esistente, che colpisce ormai il 20% della popolazione.

Cominciamo dicendo che Per poter definire un disturbo da attacchi di panico (DAP), occorre però definire cosa sia un episodio da attacco di panico. E’ importante fare questo poiché un attacco di panico, di per sè, non è un disturbo ed è comune a molti disturbi come le fobie.

Quali sono i sintomi?

Per poter definire i sintomi, si fa sempre riferimento ai manuali diagnostici e statistici internazionali, in particolare al DSM-5 (APA, 2013).  Un attacco di panico si presenta come un episodio preciso di intensa paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti: palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia, sudorazione, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio).

Quali sono i criteri per definire una diagnosi da attacchi di panico?

Per la diagnosi di disturbo di panico, devono essere presenti entrambi i seguenti criteri diagnostici: attacchi di panico inaspettati ricorrenti  e dalla paura persistente di avere altri attacchi e preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze e , quindi, paura di perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire” o morire. Gli attacchi di panico vengono ormai risolti dalle psicoterapie con un tasso di successo molto alto (intorno all’80-90% dei casi risolti). Le terapie brevi, lo fanno anche in meno di 10 sedute.

Che cosa rappresenta la paura nell’esperienza umana?

Nell’esperienza dell’uomo, nulla è più forte quanto la paura. Questo non deve stupirci poiché essa rappresenta la più primitiva tra le nostre emozioni ed è anche quella più importante perché è in grado di innescare risposte rapide che ci consentono di reagire a situazioni minacciose o di pericolo. Talvolta, però,  da una naturale paura si può strutturare un vero e proprio disturbo, del quale la persona non riesce a liberarsi. Di solito, l’essere umano ritiene la paura una debolezza da superare o da temere tanto che nulla spaventa di più della paura stessa ovvero la paura della paura.

In che modo essa poi diventa un vero e proprio disturbo da cui è difficile liberarsi?

Il panico, in quanto reazione psicofisiologica, può essere definito come la forma estrema di paura. Una reazione innescata dalla percezione attraverso i nostri sensi o da immagini mentali di tipo realistico o fantastico che coinvolgono l’intero organismo. Il panico porta così all’estremo i parametri di attivazione dell’organismo (battito cardiaco, ritmo respiratorio, sudorazione, riflesso psicogalvanico). In seguito a questa rapida escalation, si arriva alla sensazione di perdita totale del controllo. Questa esperienza mina la percezione di sicurezza dell’individuo e si associa alla paura di morire o di impazzire. Tutto questo porta al circolo vizioso della paura patologica. Per cui, d’avanti ad una sensazione si innescano pensieri e convinzioni minacciosi, che creano nell’organismo ulteriori reazioni di allarme che incrementano ancora di più le alterazioni psicofisiologiche aumentando ancora di più la percezione del terrore e della catastrofe. Tale catena di reazioni e pensieri conduce al “tilt” mentale e psicofisiologico e quindi all’attacco di panico.

 

Analizziamo, allora, in profondità l’essenza di questa problematica

Intanto, dobbiamo dire che coloro i quali soffrono di attacchi di panico non devono pensare che questa condizione sia una definitiva condanna. Il più delle volte, la prospettiva rimane sempre quella tradizionale che ricerca nel passato le cause del problema presente. Tuttavia, durante un attacco di panico, la persona è terrorizzata dalle sue stesse paure nei confronti dello stimolo minaccioso che tenterà di combattere, come vedremo, aumentandole; l’effetto dunque si trasforma in causa. Il cambiamento terapeutico potrà avvenire soltanto all’interno della dinamica presente di persistenza del problema, agendo quindi sul modo in cui l’individuo percepisce e affronta gli stimoli minacciosi.

La persona intrappolata nella paura patologica, tentando di limitarne gli effetti, mette in atto un repertorio di scelte che finisce per complicare ulteriormente il problema e gli effetti del disturbo. L’osservazione empirica e l’esperienza clinica riportano tre tipici copioni comportamentali (tentate soluzioni):

  • Il tentativo fallimentare di tenere sotto controllo. Nell’intento di controllare le proprie reazioni fisiologiche e naturali, la persona con attacchi di panico rivolge costantemente la sua attenzione all’ascolto dei parametri fisiologici che indicano l’innalzarsi dell’ansia (battito cardiaco, ritmo respiratorio, senso di equilibrio, lucidità mentale, ecc..), ma poiché esse sono funzioni spontanee dell’organismo, il loro controllo razionale le altera incrementandole, sino all’esplosione del panico. Di conseguenza la persona si incastrerà costantemente nella trappola paradossale del controllo che fa perdere il controllo
  • Il tentativo di evitare le situazioni associate all’attacco di panico. Inizialmente, permette un maggior senso di calma dovuto appunto all’evitare situazioni o luoghi che il soggetto sente minacciosi, o per esperienza diretta o semplicemente per la supposta pericolosità della circostanza. Ma il fatto stesso di aver evitato la situazione temuta, conferma sia la sua pericolosità, sia l’idea della persona di non essere in grado di affrontarla. fuga dopo fuga la persona perde fiducia rispetto alle proprie capacità e limiterà sempre di più il suo raggio di azione e la sua qualità di vita.
  • La ricerca di aiuto e protezione, sino alla totale dipendenza dagli altri. Nelle situazioni critiche la persona delega agli altri, spesso famigliari, la responsabilità di rassicurarlo e aiutarlo prontamente  nel caso in cui si scateni un attacco di panico. Questa soluzione offre sì immediata protezione, ma al tempo stesso conferma alla persona con attacchi panico la sua incapacità ed inadeguatezza a stare da soli e affrontare qualunque pericolo, peggiorando dunque ulteriormente il problema.

       In cosa consiste la psicoterapia breve strategica degli attacchi di panico?

         L’approccio strategico focalizza l’attenzione su come il problema funziona e si mantiene nel presente e su quali strategie disfunzionali (le c.d. “tentate soluzioni”) vengono messe in atto per affrontarlo.  Se si riesce, al contrario, a interrompere tali interazioni disfunzionali, la paura rientra nei limiti della funzionalità. Quest’ultima affermazione è stata proprio l’ipotesi dalla quale Giorgio Nardone e collaboratori, hanno mosso i primi passi per la messa a punto di specifici protocolli di intervento: se l’evitamento, la richiesta di aiuto e il tentativo di controllo fallimentare sono davvero ciò che trasforma una reazione di paura in panico, allora far sì che una persona sofferente per questo disturbo interrompa tali copioni di risposta dovrebbe condurre all’estinzione del disturbo stesso.

Questo è possibile grazie a specifici protocolli di intervento che prevedono l’utilizzo di metodiche di problem- solving e forme di comunicazione suggestiva ed ipnotica, facendo in modo che la persona interrompa o modifichi le tentate soluzioni disfunzionali, trasformandole in funzionali.

Vengono fatte sperimentare una serie di concrete esperienze emozionali, adattate al personale sistema “percettivo-reattivo” di ogni individuo, che porteranno gradatamente all’acquisizione dell’autonomia e della capacità di gestire la realtà.

Nel 2000, lo studio valutativo su 3482 casi trattati con la terapia breve-strategica, di cui oltre il 70% soffriva di attacchi di panico, ha evidenziato un’efficacia terapeutica del 95% e con una durata dei trattamenti ridotta a sette sedute. Da allora sono stati trattati centinaia di migliaia di casi con successo, con tasso medio di esiti positivi nelle statistiche internazionali che supera l’85%. Ma il dato più stupefacente è che i pazienti si liberano dell’invalidante disturbo nel giro di 3-6 mesi e che tali risultati, come dimostrano le misurazioni di follow-up dopo la fine delle terapie, si mantengono nel tempo in assenza di ricadute e spostamenti del sintomo.

 

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Dott.ssa D’Agostino: “La buona salute non può fare a meno di una corretta nutrizione”

La nostra quotidianità non può fare a meno di interrogarsi su quello che mangiamo ogni giorno e su come è possibile dare forza alla salute attraverso il cibo. Per capire tutto questo, è fondamentale la figura del nutrizionista. Il Centro Polimedico Eira può contare sul supporto della dott.ssa Luciana D’Agostino, biologa nutrizionista, una professionista di grande esperienza, specializzata in igiene alimentare e con un Master in nutrizione umana, pronta a fornire la giusta guida a tutti i pazienti. La dott.ssa D’Agostino, solitamente, riceve presso il nostro centro polimedico ogni venerdì.

Di cosa si occupa di preciso un nutrizionista?

La parola, già nel suo incipit, è molto precisa. Il nutrizionista è colui che nutre il soggetto partendo dalle radici ovvero dal giusto nutrimento delle cellule. Vi sono infatti dei meccanismi chimici per cui è fondamentale che le nostre cellule vengano nutrite a dovere. I nutrienti fondamentali sono i carboidrati, le proteine, i grassi, sali minerali, vitamine. Il nutrizionista stila un piano alimentare ad personam sulla base delle informazioni che vengono fuori dall’anamnesi del paziente e dalla valutazione/studio delle sue caratteristiche fisiche.

Con quali strumenti è possibile conoscere a fondo la conformazione fisica di un paziente?

L’analisi antropometrica (peso, altezza, misure/circonferenze corporee), la plicometria, sostituita dalla BIA (Bioimpedenziometria), tecnologia che consente di capire in maniera precisa la massa grassa e magra, il fabbisogno energetico nonché la quantità di acqua presente, per ciascun individuo, consente di stilare un conseguente piano nutrizionale. Tutto questo vale non solo per le persone con problemi legati all’alimentazione ma anche per coloro che vogliono capire come mantenere al meglio il proprio stato di salute attraverso quello che mangiamo e comprendere il giusto equilibrio tra massa magra e quella grassa. Mi riferisco agli sportivi e tutti coloro che conducono una vita normale.

Perché è importante rivolgersi ad un nutrizionista biologo?

Devo dire che, a proposito di questo, anche la legge tutela la nostra professione ( legge 396/67) unitamente a tanti altri decreti ministeriali. Nel nostro percorso professionale, riusciamo ad affrontare al meglio problematiche metaboliche legate a patologie come diabete, colesterolemia, obesità, conoscendo il funzionamento cellulare.

A proposito di carboidrati, perché sono importanti per la nostra salute?

E’ fondamentale la loro presenza, poiché rappresentano il nutriente più importante in termini di energia, la cosiddetta benzina per il nostro corpo. Il tutto, viene metabolizzato come zucchero e questo è indispensabile per la nostra cellula che in questo modo riesce a ricavare energia. Il carboidrato rappresenta il nutriente dal cui metabolismo le cellule ricavano energia “pulita”, sebbene sia importante introdurli nella giusta dose. L’importanza dei carboidrati e la loro presenza in termini di razione giornaliera è di circa il 50-60% del proprio fabbisogno calorico (in condizioni normali). In tutto questo, la quota proteica ne rappresenta il 10 –13%( una minima parte) mentre quella dei grassi il 30–33%. Le proteine sono essenziali per il rifacimento dei tessuti, ma la maggiore energia è ricavata dai carboidrati.

Parliamo di bambini e corretta nutrizione. Perché è importante il supporto della nutrizionista?

Già da piccoli, i genitori dovrebbero spiegare ai loro figli l’importanza di una corretta alimentazione, a partire dal supporto fornito da frutta e verdura. Anche per tale ragione, da sempre, sono favorevole alla formazione e informazione nelle scuole, un concetto che deve proseguire in tutte le fasce d’età dei nostri bambini.

 

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TECNICA DI FORAMINOSCOPIA E DISCECTOMIA ENDOSCOPICA TRANSFORAMINALE

Consente di intervenire sul conflitto tra disco erniato e radice nervosa senza più ricorrere al bisturi.

 

Questa procedura offre ai pazienti numerosi vantaggi:

 

  • incisione cutanea (E QUINDI LA CICATRICE) E’ lunga non più di 1 centimetro.
  • tessuti intorno alla colonna vertebrale non vengono lesi dall’intervento.
  • rischio di infezione è notevolmente ridotto e il processo di guarigione in genere decorre con meno complicazioni rispetto a quanto accade con i metodi chirurgici aperti.

 

Razionale

Negli ultimi decenni sono state sviluppate diverse tecniche per il trattamento mininvasivo dell’ernia del disco, ad esempio la discectomia laser, discectomia mediante radiofrequenza, tuttavia nell’ambito delle tecniche percutanee che si servono per definizione di incisioni cutanee di massimo 1-2 cm, l’unica che consente l’asportazione di ernie del disco di grandi dimensioni (ad esempio le ernie del disco espulse o quelle migrate) è l’endoscopia spinale. L’endoscopia spinale è una disciplina con campi di applicazione in continua evoluzione. Ad oggi è possibile il trattamento endoscopico anche di alcune forme di stenosi lombare sono trattabili grazie allo sviluppo di microtrapani utilizzabili attraverso la cannula endoscopica. È possibile inoltre l’asportazione di ernie della colonna toracica e della colonna cervicale attraverso variazioni di questa tecnica. L’approccio endoscopico alla colonna permette di ridurre la degenza ed il dolore postoperatorio ed in particolare di limitare il rischio di cicatrici postoperatorie. Il rischio di recidiva dell’ernia è paragonabile a quello delle tecniche a cielo aperto (circa 3-4%).

Tecnica chirurgica

L’anestesia utilizzata per l’intervento è in genere una anestesia locale o spinale. Si ricorre all’anestesia generale in pazienti particolari o qualora se ne faccia esplicita richiesta. Gli approcci endoscopici variano in base al tipo di ernia del disco. Un’ approccio posterolaterale è indicato per asportare ernie contenute e protrusioni discali, quello interlaminare paramediano per asportare ernie espulse e/o voluminose in genere a livello L5/S1; infine l’approccio laterale transforaminale è utile nell’asportazione di ernie espulse e migrate. Qualunque sia l’approccio impiegato, il livello di invasività della procedura rimane tuttavia invariato per il paziente. La procedura consiste nell’ introduzione percutanea di una cannula (camicia esterna) dell’endoscopio dal diametro di 0,7 cm sotto controllo radiologico intraoperatorio fino al raggiungimento del livello della colonna colpito dell’ernia. Dopo aver posizionato la cannula si introduce l’endoscopio rigido e si inizia l’asportazione del materiale discale con lavaggio continuo e sotto visione endoscopica diretta. Il controllo radiologico prima e la visione diretta poi, consentono la massima sicurezza e il rispetto delle radici nervose e del sacco durale. L’endoscopio è fornito di una cannula di lavoro che permette l’utilizzo di micropinze, forbici, sonde a radiofrequenze e laser. L’obiettivo dell’intervento è liberare la radice nervosa ed il sacco durale dalla compressione esercitata dal materiale erniario e quindi far scomparire il dolore. Al termine della procedura viene semplicemente estratta la cannula e la cicatrice che rimane è minore di 1 cm, viene suturata con un singolo punto di sutura riassorbibile. L’intervento ha una durata variabile tra 25 e 45 minuti.

Sommario e decorso postoperatorio

La degenza postoperatoria è estremamente contenuta e mai superiore alle 24h salvo complicanze. Questa procedura può esser eseguita in regime day-surgery. Il ritorno alla vita lavorativa avviene in genere 7 giorni dopo l’intervento anche se questo intervallo può variare in ragione dei sintomi pre-operatori e del tipo di ernia trattata. È raccomandato, ma non obbligatorio, l’utilizzo di un busto leggero (stoffa e stecche o a pressione) per una settimana dopo l’intervento.

Il trattamento dell’ernia del disco con approccio endoscopico consente di ottenere risultati paragonabili alla chirurgia a cielo aperto, ma con una procedura minimamente invasiva in termini di approccio chirurgico (cicatrice <1cm), dolore postoperatorio e tempi di recupero.

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Dott. Fabrizio Palumbo: “Le patologie urologiche si contrastano con una efficace prevenzione”

Sono sempre più diffuse le patologie urologiche così come il dibattito sulle modalità attraverso cui e¨ importante promuovere la prevenzione. Ne parliamo con il dott. Fabrizio Palumbo, Urologo e Dirigente medico presso l’Unità  Operativa Complessa di Urologia dell’ospedale San Giacomo di Monopoli. Â

E’ sempre più diffuso il dibattito sulle patologie urologiche. Come si sviluppa l’azione di cura e prevenzione di tali patologie?

Le problematiche che riguardano l’urologia sono molteplici ed è importante affrontarle tutte nel giusto modo. La mia attività urologica è concentrata sulle patologie dei reni, della vescica, dell’uretra, della prostata e dei genitali esterni maschili. Le attività di diagnosi precoce mediante visite periodiche di controllo, sono particolarmente approfondite in ambito oncologico, soprattutto per tumori come quello del testicolo, della prostata e della vescica.

Una patologia maschile di grande importanza è quella prostatica. Come si presenta?

Va detta intanto una cosa importante. Per l’uomo, dopo i 35 anni, la prostata tende ad ingrossarsi generando diversi fastidi, come lo svegliarsi di notte per urinare, urinare spesso e con stimolo urgente. E’ un contesto totalmente diverso da quello femminile che invece si caratterizza per disturbi di incontinenza, cistiti e infezioni, anche in seguito alle gravidanze che tendono a far rilassare i sistemi di supporto della vescica. E’ chiaro che uno dei fattori responsabili è quello dell’aumento dell’età media.

Cosa significa fare prevenzione?

E’ importante comunicare un concetto fondamentale. L’uomo dovrebbe sottoporsi a visite urologiche periodiche di controllo già  a partire dall’adolescenza. Ad esempio, una visita fatta in giovane età  consentirebbe di capire se sussistono problemi di fertilità  e come poter agire per risolverli. I problemi di erezione, anch’essi molto comuni, possono essere la prima spia di problemi cardiovascolari più seri.

Dai 50 anni in su, poi, le visite sono importanti anche per la prevenzione del tumore della prostata. In questo caso, ad esempio, le posso confermare che in moltissimi casi, il solo esame del PSA non aveva chiarito a fondo la presenza di un tumore, cosa che invece è stata appurata con una visita urologica. Il mio consiglio è sempre quello di farsi visitare e non solo uomini di una certa età  ma anche i giovani. Così come le donne vanno dal ginecologo, anche gli uomini devono andare dall’urologo.

In tale prospettiva, che tipo di visite vengono svolte qui al Centro Polimedico Eira?

Il nostro approccio è quello di effettuare visite accurate, eventualmente associate ad ecografie dell’apparato urinario e dei genitali esterni maschili e, in base alla patologia riscontrata, si indirizza il paziente verso esami più complessi o verso la terapia medica o chirurgica più appropriata.

 

 

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Dott. Valluzzi: “Allenare la mente per prevenire le malattie neurodegenerative”

L’esperienza e la professionalità al servizio dei pazienti. Tra i medici che collaborano con il nostro Centro Polimedico, vi parliamo quest’oggi del dott. Francesco Valluzzi, Neurologo, responsabile per diversi anni del reparto di neurologia di Monopoli.

Dott. Valluzzi, intanto un bilancio di questa sua pluridecennale attività professionale.

Continuo a svolgere la mia professione con tanta passione e, soprattutto, con ascolto dei pazienti. Sin dai primi anni ’90, in riferimento alle patologie neurologiche, ha creato degli ambulatori dedicati alla malattie neurodegenerative come il Parkinson, Alzheimer ed altre forme di demenze. Deve sapere che su 100 demenze, il 60% circa sono legate all’ Alzheimer mentre la restante parte è riconducibile ad altre patologie (demenza frontotemporale, vascolare, corticobasale o altre). Questo impegno mi ha messo spesso in contatto con esperti di neuropsicologia e associazioni di Alzhaimer.

In che termini si può parlare oggi di un aumento delle patologie?

E’ chiaro che, con l’aumento della vita media, si prevede un incremento di queste patologie. In Puglia, si prevedono migliaia di casi e, come le ho detto, il tutto è legato ad un aumento della vita media. E’ una crescita parallela ad altre patologie caratteristiche dell’età, come ipertrofia prostatica e fratture di femore.

E’ possibile fare prevenzione contro queste patologie?

Oggi cominciamo a definire dei criteri di prevenzioni e uno di questi è quello della dieta mediterranea che determina un calo del rischio di Alzheimer. Tra 30 anni sono previste circa 150 milioni di demenze nel mondo e questo soprattutto nei paesi in via di sviluppo. L’alimentazione è un fattore importante. Adottare la dieta mediterranea ci difende notevolmente da questa malattie. A tal proposito, è importante anche l’attività fisica ed anche l’impegno mentale che deve portarci sempre a comprendere ed imparare cose nuove. Tutto questo, giova notevolmente al nostro cervello perché la mente sarà costantemente impegnata a comprendere sempre nuove situazioni.

Come si sviluppa la visita dei pazienti che scelgono il Centro Polimedico Eira?

Il nostro approccio, è quello intanto di fare una corretta diagnosi. Tutto questo è fondamentale per giungere ad una corretta definizione diagnostica e poi terapeutica. In base a questo, si decide la soluzione migliore per aiutare i nostri pazienti nel loro percorso terapeutico.

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Paola Schettini: la Psicologia Perinatale a tutela della salute di mamma e bambino

E’ autrice di una importante pubblicazione dal titolo “Mindfulness Psicosomatica Perinatale (MPP)” ed è costantemente impegnata sulla diffusione di questa cultura. Stiamo parlando della dott.ssa Paola Schettini, laureata in Psicologia della Salute e specializzata in Psicologia clinica perinatale. La dott.ssa Schettini è presente presso il nostro Centro Polimedico.

 

In cosa consiste la PCP e come si inquadra in un ottica di Salute?

E’ oggi ampiamente riconosciuto come non si possa parlare di salute senza includere il concetto di salute mentale, importante in ogni fase del ciclo di vita e in particolare nel periodo di estrema ambivalenza nella vita di una donna: la gravidanza e i primi mesi di maternità. Una prevenzione in campo psichico deve quindi partire dall’ambiente perinatale (intorno all’evento nascita) con uno screening specialistico per sostenere le coppie o le mamme a rischio, di un bambino a “rischio”. E’ qui che entra in campo la PCP quale branca della psicologia clinica il cui scopo è osservare e intervenire nel ciclo di vita perinatale, favorendo lo sviluppo delle capacità psichiche necessarie, sia alla madre che alla coppia (se c’è), per garantire la salute fisica e mentale del proprio figlio. La Psicologia Clinica Perinatale sostiene infatti che la “mente” del bambino, come sistema sensoriale, inizia a formarsi durante la gestazione e dipende dalla salute mentale e dalle condizioni esistenziali della madre e della coppia. In quest’ottica, l’attenzione è anzitutto rivolta alle donne (e ai papà) che già manifestano prima e/o durante la gravidanza, disturbi dell’umore o dello spettro ansioso.

Quali sono le gravidanze a rischio? A rischio di cosa?

Le gravidanze che possiamo definire a “rischio” presentano elementi psichici di conflitto o già di psicopatologia, quali: difficoltà a riconoscere e nominare le emozioni, nevroticismo, disforia premestruale, precedenti esperienze di aborto, abuso di sostanze, dipendenza da farmaci, disturbi alimentari, disabilità, procreazione medicalmente assistita, assenza del partner, mancanza di sostegno sociale ed emotivo, eventi di vita stressanti (perdita del lavoro, lutto), condizione di malattia, abbandoni, scarso adattamento sociale, pensieri e sentimenti ambivalenti, percezione che la gravidanza avvenga “fuori tempo” (troppo presto, troppo tardi, troppo giovane, troppo anziana) o con la “persona sbagliata”, un’anamnesi familiare positiva per i disturbi psichiatrici (di personalità e dell’umore), un’anamnesi psicopatologica positiva per depressione precedente all’evento del parto, modalità ansioso-depressive durante la gravidanza, parto prematuro precedente.

La prevalenza di sintomi depressivi in gravidanza si attesta intorno al 30%, mentre la prevalenza di sintomatologia ansiosa è stimata tra il 40-60%. Questi dati rivestono una particolare importanza dal momento che studi clinici hanno potuto evidenziare le conseguenze degli stati emotivi materni, in particolare ansia e depressione, sul decorso della gravidanza, sullo sviluppo del sistema nervoso fetale e conseguentemente sul neurosviluppo del bambino, sulle complicanze ostetriche e sulla regolazione reciproca nell’interazione madre-bambino, in un quadro di deficit complessivo della funzione materna. Le evidenze di alcuni studi condotti sui bambini rifiutati o ignorati durante la loro vita intrauterina, hanno rilevato nascite difficoltose con scarsa vitalità nel post natale.

Ciò induce a ipotizzare che se prima della nascita si è stati completamente privi di pensieri, di relazione, di conferma della sensazione di esistere già, non si può avere sufficiente forza per nascere e vivere nel mondo. Senza questi elementi di base, il bambino diventa un bambino a rischio di una gravidanza a rischio. Gravida deriva dal latino gravidus (gravis+idus), ovvero il “perdurare nel tempo di uno stato pesante”. Credo quindi che l’esperienza della gravidanza dipenda dal significato che ogni donna attribuisce al “peso” che porta.

Numerosi casi di cronaca citano di frequente la depressione post partum come causa scatenante anche di gesti efferati. Ma cosa succede nella “mente” di una donna durante la gravidanza e dopo il parto?

Sia la gravidanza che la maternità sono esperienze relazionali (donna-feto, madre-figlio) in cui la donna può sentire attivarsi una straordinaria forza vitale o una paralizzante vulnerabilità. Va specificato che clinicamente la depressione cosiddetta “post-partum” è intesa come disturbo di depressione maggiore vero e proprio, che si presenta successivamente all’evento nascita, i cui fattori di rischio citati incontrano fattori scatenanti o latenti. Ma prima ancora di citare e sciogliere ogni dubbio sulla Depressione Post Partum, è importante spiegare lo step precedente: la Maternity (o Baby) Blues. Rappresenta la piú comune delle sindromi del puerperio caratterizzata da un lieve stato disforico (triste, melanconico) che colpisce circa l’80% delle donne nei primi giorni dopo il parto. Viene definita una sindrome parafisiologica caratterizzata da brusche variazioni ormonali, che tendono ad involvere o evolvere nel giro di due settimane dopo il parto. Pur essendo di scarsa rilevanza clinica, la maternity blues si puó considerare una sorta di tempo di latenza affettivo, necessario per realizzare la rottura del legame fusionale e immaginario con il feto ed iniziare la relazione col bambino reale e i suoi reali bisogni. Alcune donne nei primi giorni dopo il parto vivono intense angosce di separazione e di perdita, perdendo l’orientamento affettivo, manifestano mutevolezza, fino a dubitare delle proprie capacità materne. Dalla “tristezza” però all’esordio di una vera e propria patologia, il passo può essere breve. Il disagio dei primi giorni si fa persistente, i primi sintomi sia psichici che neurovegetativi (alterazione ritmo sonno/veglia e appetito) si amplificano, i pensieri si fanno intrusivi e confusi, i sentimenti ostili e inaccettabili, l’angoscia insostenibile, le preoccupazioni eccessive e ingiustificate, le paure paralizzanti e generatrici di un senso di inadeguatezza e impotenza genitoriale. Cresce il senso di estraneità, di colpa, di vergogna, di perdita di controllo e di interesse per il bambino e per il partner. Diminuisce la libido e il latte scompare bruscamente. L’esposizione al giudizio della famiglia e l’isolamento si espandono, fino a creare uno spazio troppo pieno di tensione, ansia, fragilità, disperazione, finanche di deliri che aggravano la depressione facendola scivolare nei casi più gravi, in psicosi puerperale. I sintomi di uno stato psicotico comprendono stati di agitazione intensi, paranoia, allucinazioni, depersonalizzazione e derealizzazione, tendenze suicide fino all’agito efferato e irreversibile dell’infanticidio.

Il protocollo di MPP come interviene nella “cura”?

Il concetto di Mindfulness ha una storia di oltre 2.500 anni e affonda le sue origini nelle tradizioni contemplative buddhiste. Nasce all’interno delle pratiche di meditazione orientali, ed è basata sull’insegnamento e apprendimento della triplice consapevolezza del respiro , della mente e del corpo. Il termine Mindfulness è la traduzione in inglese della parola Sati, che significa “attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. Essere consapevole significa essenzialmente avere cognizione delle sensazioni, dei pensieri, di ciò che accade nel corpo, nella mente, e di ciò che essa manifesta. Ciò che facciamo è semplicemente entrare in rapporto intimo con la nostra mente, tanto nella chiarezza quanto nella confusione, accorgendoci di come la coscienza percettiva cambia di momento in momento, trasformando l’irritazione e la rigidità in apertura e presenza. I protocolli basati sulla Mindfulness agiscono come “acceleratore di processo” grazie all’aumento di consapevolezza propriocettiva, psichica e mentale. Sono utilizzati in ambito clinico da figure sanitarie adeguatamente formate, con l’obiettivo di recuperare l’importanza della possibilità di “cura” attraverso l’integrazione sia alla medicina che alla psicoterapia. La pratica della Mindfulness nel periodo perinatale, ha dimostrato  avere effetti di ampliamento del repertorio personale delle strategie di adattamento e di relazione, e questo ha il potenziale di migliorare la traiettoria evolutiva dei genitori e dei bambini.

Per me, vivere una gravidanza e una maternità consapevolmente, significa anche capire e valorizzare il compito che la natura ha affidato alle donne: Essere Madri, consapevoli che dalle donne dipende l’evoluzione dell’umanità.

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Dott. Di Cagno: la diagnosi prenatale è fondamentale nel percorso della gravidanza

E’ un tema sempre più dibattuto quello della diagnosi prenatale. Ne parliamo con il dott. Luca Di Cagno, dirigente medico presso l’Ospedale “G. Tatarella” di Cerignola e presente presso il Centro Polimedico Eira.

Di cosa si occupa e che cos’è la diagnosi prenatale?

Sono uno specialista in ostetricia e ginecologia e mi occupo di diagnosi prenatale  ovvero quella branca della ostetricia mirata allo screening delle principali cromosomopatie, tra cui la sindrome di Down, e alla diagnosi di  malformazioni fetali ecograficamente rilevabili.

Come si sviluppa il percorso di indagine medica?

Nel primo trimestre, in particolare tra l’undicesima e la tredicesima settimana di gestazione, si effettua il cosidetto “Ultra-Screen”, o test combinato, un test di screening comprendente un esame ecografico (la translucenza nucale) ed un prelievo di sangue, effettuabile questo preferibilmente intorno alla decima settimana, che dosa due proteine plasmatiche specifiche : la PAPP-a e la Free Beta-HCG. Questo  esame è   importante perchè  permette di individuare donne, anche al di sotto dei 35 anni, che hanno un aumentato rischio di cromosomopatie, in particolare la sindrome di Down. 

In che modo sono cambiate le cose nel tempo?

L’evoluzione della diagnosi prenatale verso tecniche non invasive e “sicure” per la donna, ha permesso di ridurre drasticamente la percentuale di esami invasivi quali villocentesi ed amniocentesi nella diagnosi di cromosomopatie.  Nello stesso tempo, il miglioramento e l’avanzamento dei moderni ecografi ed il costante aggiornamento di noi operatori del settore, hanno permesso di raggiungere una percentuale molto alta di sensibilità e specificità nella diagnosi di malformazioni fetali in epoche gestazionali sempre più precoci.

Come stiamo messi in termini di diffusione della cultura della diagnosi prenatale?

La Puglia, sotto questo aspetto, è molto evoluta. C’è una importante diffusione di questa cultura, vengono costantemente organizzati corsi di aggiornamento e accreditamento. Presso il Centro Polimedico Eira è possibile pianificare tutti i necessari controlli diagnostici: la translucenza nucale, l’ecografia morfologica e l’ ecografia di accrescimento alla 32esima settimana. 

 

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