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Attacchi di panico: Affrontare la paura della paura

Chi ha provato gli attacchi di panico li descrive come un’esperienza terribile, spesso improvvisa ed inaspettata, almeno la prima volta. Una condizione altamente invalidante dalla quale è possibile e facile uscire mediante la Terapia Breve Strategica. Ne parliamo con la dott.ssa Valentina Giagulli, psicologa – psicoterapeuta che offre la sua professionalità al Centro Polimedico Eira.

Cosa sono gli attacchi di panico?

L’OMS (organizzazione mondiale della Sanità) ha definito il disturbo di panico come la più importante patologia esistente, che colpisce ormai il 20% della popolazione.

Cominciamo dicendo che Per poter definire un disturbo da attacchi di panico (DAP), occorre però definire cosa sia un episodio da attacco di panico. E’ importante fare questo poiché un attacco di panico, di per sè, non è un disturbo ed è comune a molti disturbi come le fobie.

Quali sono i sintomi?

Per poter definire i sintomi, si fa sempre riferimento ai manuali diagnostici e statistici internazionali, in particolare al DSM-5 (APA, 2013).  Un attacco di panico si presenta come un episodio preciso di intensa paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti: palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia, sudorazione, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio).

Quali sono i criteri per definire una diagnosi da attacchi di panico?

Per la diagnosi di disturbo di panico, devono essere presenti entrambi i seguenti criteri diagnostici: attacchi di panico inaspettati ricorrenti  e dalla paura persistente di avere altri attacchi e preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze e , quindi, paura di perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire” o morire. Gli attacchi di panico vengono ormai risolti dalle psicoterapie con un tasso di successo molto alto (intorno all’80-90% dei casi risolti). Le terapie brevi, lo fanno anche in meno di 10 sedute.

Che cosa rappresenta la paura nell’esperienza umana?

Nell’esperienza dell’uomo, nulla è più forte quanto la paura. Questo non deve stupirci poiché essa rappresenta la più primitiva tra le nostre emozioni ed è anche quella più importante perché è in grado di innescare risposte rapide che ci consentono di reagire a situazioni minacciose o di pericolo. Talvolta, però,  da una naturale paura si può strutturare un vero e proprio disturbo, del quale la persona non riesce a liberarsi. Di solito, l’essere umano ritiene la paura una debolezza da superare o da temere tanto che nulla spaventa di più della paura stessa ovvero la paura della paura.

In che modo essa poi diventa un vero e proprio disturbo da cui è difficile liberarsi?

Il panico, in quanto reazione psicofisiologica, può essere definito come la forma estrema di paura. Una reazione innescata dalla percezione attraverso i nostri sensi o da immagini mentali di tipo realistico o fantastico che coinvolgono l’intero organismo. Il panico porta così all’estremo i parametri di attivazione dell’organismo (battito cardiaco, ritmo respiratorio, sudorazione, riflesso psicogalvanico). In seguito a questa rapida escalation, si arriva alla sensazione di perdita totale del controllo. Questa esperienza mina la percezione di sicurezza dell’individuo e si associa alla paura di morire o di impazzire. Tutto questo porta al circolo vizioso della paura patologica. Per cui, d’avanti ad una sensazione si innescano pensieri e convinzioni minacciosi, che creano nell’organismo ulteriori reazioni di allarme che incrementano ancora di più le alterazioni psicofisiologiche aumentando ancora di più la percezione del terrore e della catastrofe. Tale catena di reazioni e pensieri conduce al “tilt” mentale e psicofisiologico e quindi all’attacco di panico.

 

Analizziamo, allora, in profondità l’essenza di questa problematica

Intanto, dobbiamo dire che coloro i quali soffrono di attacchi di panico non devono pensare che questa condizione sia una definitiva condanna. Il più delle volte, la prospettiva rimane sempre quella tradizionale che ricerca nel passato le cause del problema presente. Tuttavia, durante un attacco di panico, la persona è terrorizzata dalle sue stesse paure nei confronti dello stimolo minaccioso che tenterà di combattere, come vedremo, aumentandole; l’effetto dunque si trasforma in causa. Il cambiamento terapeutico potrà avvenire soltanto all’interno della dinamica presente di persistenza del problema, agendo quindi sul modo in cui l’individuo percepisce e affronta gli stimoli minacciosi.

La persona intrappolata nella paura patologica, tentando di limitarne gli effetti, mette in atto un repertorio di scelte che finisce per complicare ulteriormente il problema e gli effetti del disturbo. L’osservazione empirica e l’esperienza clinica riportano tre tipici copioni comportamentali (tentate soluzioni):

  • Il tentativo fallimentare di tenere sotto controllo. Nell’intento di controllare le proprie reazioni fisiologiche e naturali, la persona con attacchi di panico rivolge costantemente la sua attenzione all’ascolto dei parametri fisiologici che indicano l’innalzarsi dell’ansia (battito cardiaco, ritmo respiratorio, senso di equilibrio, lucidità mentale, ecc..), ma poiché esse sono funzioni spontanee dell’organismo, il loro controllo razionale le altera incrementandole, sino all’esplosione del panico. Di conseguenza la persona si incastrerà costantemente nella trappola paradossale del controllo che fa perdere il controllo
  • Il tentativo di evitare le situazioni associate all’attacco di panico. Inizialmente, permette un maggior senso di calma dovuto appunto all’evitare situazioni o luoghi che il soggetto sente minacciosi, o per esperienza diretta o semplicemente per la supposta pericolosità della circostanza. Ma il fatto stesso di aver evitato la situazione temuta, conferma sia la sua pericolosità, sia l’idea della persona di non essere in grado di affrontarla. fuga dopo fuga la persona perde fiducia rispetto alle proprie capacità e limiterà sempre di più il suo raggio di azione e la sua qualità di vita.
  • La ricerca di aiuto e protezione, sino alla totale dipendenza dagli altri. Nelle situazioni critiche la persona delega agli altri, spesso famigliari, la responsabilità di rassicurarlo e aiutarlo prontamente  nel caso in cui si scateni un attacco di panico. Questa soluzione offre sì immediata protezione, ma al tempo stesso conferma alla persona con attacchi panico la sua incapacità ed inadeguatezza a stare da soli e affrontare qualunque pericolo, peggiorando dunque ulteriormente il problema.

       In cosa consiste la psicoterapia breve strategica degli attacchi di panico?

         L’approccio strategico focalizza l’attenzione su come il problema funziona e si mantiene nel presente e su quali strategie disfunzionali (le c.d. “tentate soluzioni”) vengono messe in atto per affrontarlo.  Se si riesce, al contrario, a interrompere tali interazioni disfunzionali, la paura rientra nei limiti della funzionalità. Quest’ultima affermazione è stata proprio l’ipotesi dalla quale Giorgio Nardone e collaboratori, hanno mosso i primi passi per la messa a punto di specifici protocolli di intervento: se l’evitamento, la richiesta di aiuto e il tentativo di controllo fallimentare sono davvero ciò che trasforma una reazione di paura in panico, allora far sì che una persona sofferente per questo disturbo interrompa tali copioni di risposta dovrebbe condurre all’estinzione del disturbo stesso.

Questo è possibile grazie a specifici protocolli di intervento che prevedono l’utilizzo di metodiche di problem- solving e forme di comunicazione suggestiva ed ipnotica, facendo in modo che la persona interrompa o modifichi le tentate soluzioni disfunzionali, trasformandole in funzionali.

Vengono fatte sperimentare una serie di concrete esperienze emozionali, adattate al personale sistema “percettivo-reattivo” di ogni individuo, che porteranno gradatamente all’acquisizione dell’autonomia e della capacità di gestire la realtà.

Nel 2000, lo studio valutativo su 3482 casi trattati con la terapia breve-strategica, di cui oltre il 70% soffriva di attacchi di panico, ha evidenziato un’efficacia terapeutica del 95% e con una durata dei trattamenti ridotta a sette sedute. Da allora sono stati trattati centinaia di migliaia di casi con successo, con tasso medio di esiti positivi nelle statistiche internazionali che supera l’85%. Ma il dato più stupefacente è che i pazienti si liberano dell’invalidante disturbo nel giro di 3-6 mesi e che tali risultati, come dimostrano le misurazioni di follow-up dopo la fine delle terapie, si mantengono nel tempo in assenza di ricadute e spostamenti del sintomo.